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Da “Il più e il meno” di Erri de Luca

Il primo brano

“I pantaloni lunghi”

Non si chiamava più maestro, ma professore.
Lasciato il casermone delle elementari, portavamo ancora i pantaloni corti, marchio dell’infanzia. Qualcuno con quelli lunghi sembrava più adulto e più goffo.
I temi in classe, alle medie, avevano per titolo le materie di studio, perquisivano il livello di apprendimento. Ci attenevamo a un italiano statale, rigido come un modulo.
Senza potermelo spiegare, mi disgustava. La lingua imbalsamata faceva parte di una sottomissione generale al potere adulto. Nell’intervallo tra le ore ci sfogavamo col dialetto, una via di fuga. Ci sciacquavamo la bocca col napoletano.
Un giorno fu assegnato un tema libero, inventare una favola. Eravamo alle prime traduzioni di quelle di Esopo/Fedro. Molti di noi si preoccuparono, chiesero spiegazioni, una traccia, per timore di perdersi in quel largo improvviso. Bisognava inventare una storia di animali. La licenza improvvisa mi pizzicava il cranio. Scrissi a filo continuo, stringendo la penna fino a indolenzire le dita, unica parte allenata di un corpo ancora mollusco. Scrissi in discesa, la pendenza del banco si inclinava verso di me con mandrie in corsa e nuvole di polvere. Le bestie amano alzarla, disturbare gli insetti che le assediano. La polvere da noi viene scacciata via ogni mattino, lì saliva al cielo spinta dal tamburo degli zoccoli. La polvere era l’anima del mondo.
Scrivevo e i pensieri scalpitavano per uscire e correre anche loro. Fu un precipizio di scrittura, ebbi il tempo, anche di farne una copia da portare a casa. Consegnai tra i primi. Di solito mi liberavo tardi, in cerca di prolunghe per arrivare alla misura minima assegnata.

A casa feci ascoltare il tema. Si sorpresero del mio slancio più che dello scritto. Avevo saputo quel giorno la notizia certa che la scrittura era campo aperto, via d’uscita. Poteva farmi correre dove non c’era un metro per i piedi, mi scaraventava al largo standomene schiacciato sopra un foglio. Sono uno che si e messo a scrivere, da quel giorno, per forzare le chiusure intorno. Cedevano, mi lasciavano andare finché duravo a scrivere.
Tornò giorni dopo il professore coi compiti corretti, con il voto. Insufficiente il mio perché evidentemente, sfuggendo al suo controllo, avevo copiato da qualche prontuario di temi svolti.
Un’insolita liberazione di linguaggio e un abuso di fantasia mi accusavano. A indizio c’era che avevo consegnato presto uno svolgimento di lunghezza addirittura superiore.

Non fu uno schiaffo in faccia, piuttosto un colpo alla bocca dello stomaco, sferrato a freddo. L’accusa mi provocò la ribellione di tacere. Non replicai. Sperimentavo per la prima volta l’incompetenza dei poteri costituiti. Avevano bisogno di spazi stretti, il campo aperto li spiazzava. Da quel tema libero era scappata fuori un’ora d’aria e andava ridotta all’ordine. Quei poteri avevano bisogno di spazi rinchiusi, di corpi anchilosati per imporre la loro versione del sapere. Già spiaceva loro che si arrivasse in aula un po’ accaldati dopo la rara ora di educazione fisica. In quel punto di attrito tra la mia verità e la loro si formò nel mio corpo una noce di resistenza opposta al dominio, che per istinto abusa. Oggi so che i poteri con le loro false accuse possono rendere il più grande onore a uno che scrive. Fare della scrittura un corpo di reato che disturba la loro disciplina. Solo i poteri riescono, insultando, ad aggiungere valore a una scrittura. Oggi conosco l’inconsistenza delle autorità, delle gerarchie ufficiali. A quel tempo invece erano integre e indiscutibili. Dal torto di quel giorno spiccò la crepa, la lesione che le demolì dentro di me col tempo. In quel punto di affondo nello stomaco il mio scheletro reagì.
Chiesi con insistenza e ottenni i primi pantaloni lunghi.







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