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​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​Parte teorica
Ali​m​entazione​

Impatto dei prodotti e le scelte alimentari
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Frutti dai colori vivi, gustosi hamburger, indumenti alla moda, cellulari trendy e vacanze paradisiache: le offerte sono davvero allettanti. Cedere o resistere? La decisione non è sempre facile. Per vivere bisogna nutrirsi. Ci servono un'abitazione, vestiti, calore, luce e trasporti. Di tanto in tanto ci concediamo quel che ci fa piacere e, talvolta, forse comperiamo qualcosa anche per non sentirci diversi o per attirare l'attenzione degli altri: la nostra vita si basa su un consumo di prodotti e servizi che allo stesso tempo intacca le fondamenta della nostra esistenza. I nostri attuali livelli di consumo divorano grandi quantità di energia, richiedono materie prime non rinnovabili e liberano sostanze nocive.

Cedere o resistere? Non acquistare a caso, questa è sicuramente una regola di comportamento equilibrata, utile nel contempo a puntualizzare il concetto di «consumo rispettoso dell'ambiente». Ma che cosa significa concretamente? Quale impatto hanno le nostre scelte di consumatori sull'ambiente? Come possiamo tenere in considerazione la tutela e il rispetto dell'ambiente nell'effettuare gli acquisti e nei nostri comportamenti quotidiani?

Oggi spesso non esiste più un rapporto diretto con il cibo quotidiano. Molti nostri alimenti, infatti, sono prodotti in paesi lontani e in grandi fabbriche e viaggiano via terra, mare o cielo prima di arrivare sulle nostre tavole. In tempi contraddistinti dall'eccesso di offerta e da una mentalità usa e getta non ci si rende ben conto del valore materiale delle merci. Si può contrastare questa tendenza considerando attentamente la storia della vita di ciascun prodotto. Si può seguire, nelle linee fondamentali, lo stesso approccio già adottato in campo scientifico. Occorre porsi questo tipo di domande:

  • Con cosa è stato fabbricato il prodotto?
  • Da dove provengono le materie prime?
  • Come è stato trasportato?
  • A che cosa ci serve?
  • E che cosa ne facciamo dopo averlo usato?

Molte storie di prodotti si possono indovinare con un po' di immaginazione, altre rivelano i loro straordinari segreti solo se andiamo a fondo nella ricerca dell'origine e delle fasi di trasformazione. Talvolta le etichette dei prodotti parlano da sole: «Prodotto con panna svizzera, imbottigliato in Belgio».

L'impatto di un prodotto sull'ambiente non è evidente e non è sempre facile da riconoscere. La storia della vita di ciascun prodotto ci insegna che per realizzarlo sono necessarie materie prime ed energia e che ogni fase della sua trasformazione provoca emissioni (sostanze nocive, rumore).

Si può così avere più facilmente un'idea dell'invisibile ma inevitabile inquinamento ambientale causato da ogni prodotto e da ogni servizio. Con questo non si intende affatto stigmatizzare il consumo in generale o di alcuni prodotti in particolare, bensì promuovere la consapevolezza del valore dei nostri alimenti e mettere in evidenza le relazioni esistenti tra consumo e ambiente.


Prima di iniziare chiariamo alcuni termini:​

Storia della vita di un prodotto
La storia della vita di un prodotto racconta il suo percorso dalla fabbricazione fino al consumo, al riciclaggio o allo smaltimento finale. Nella maggior parte dei casi conosciamo solo una piccola parte della storia di un prodotto. Spesso, pertanto, non ci rendiamo conto che tutte le derrate alimentari provengono dalla produzione agricola, che richiedono a volte dispendiosi procedimenti di lavorazione e che sono necessari molti trasporti perché ci sia consentito di gustare il nostro cibo in tutta comodità.

La definizione della storia della vita di un prodotto costituisce la prima fase del suo eco-bilancio. Si analizzano consumo di energia e flussi di sostanze (che cosa si aggiunge, che cosa si perde) per la sua intera esistenza. Su questa base si rendono possibili una valutazione complessiva e un confronto tra prodotti diversi.


Ambiente

Il concetto di ambiente definisce l'insieme di ciò che circonda e sta in relazione con un essere vivente. Nel caso dell'uomo si può distinguere tra ambiente sociale, culturale e naturale. L'ambiente naturale può essere suddiviso nei seguenti settori:

a) suolo,

b) acqua e corsi d'acqua,

c) aria,

d) flora e fauna e in particolare la loro diversità,

e) risorse naturali, ossia le riserve naturali della Terra (petrolio, carbone, minerali metalliferi),

f) l'uomo stesso e in particolare la sua salute, che può essere pregiudicata dal rumore o da sostanze nocive emesse dall'ambiente.

Non solo tutte le attività umane inquinano l'ambiente naturale, ma anche la natura utilizza materie prime e produce sostanze nocive. L'ambiente è perfettamente in grado di sopportare tali forme di inquinamento, ma solo in misura limitata. Si tratta di stabilire quali sono i limiti della capacità di carico dell'ecosistema della Terra. Un approccio in grado di evidenziare tali limiti è quello dell'«impronta ecologica»

In questa sezione sarà utilizzato spesso il concetto di sviluppo sostenbile, che è già stato spiegato a pagina 4, mentre i concetti di Bio e Commercio Equo si trovano nelle schede tecniche al punto 6.

Ecobilancio

L'«ombra ecologica» di un prodotto è individuata sulla base di un ecobilancio. L'ecobilancio di un prodotto consiste nella valutazione dei suoi diversi influssi sull'ambiente durante l'intero ciclo di vita. Il metodo prende in considerazione da un lato il consumo di energia e di materie prime, dall'altro l'insieme delle emissioni (sostanze problematiche liberate nell'ambiente) e dei rifiuti da riciclare o smaltire.

A questo punto si presenta la difficoltà di valutare il modo come interagiscono le diverse problematiche ambientali, quali ad esempio il fabbisogno di materie prime e la salute dell'uomo. Sono stati elaborati diversi metodi che permettono di ricondurre a un unico denominatore gli effetti sull'ambiente e di riassumerli con un indicatore. Uno di tali metodi è quello della scarsità ecologica, con cui le ripercussioni sull'ambiente sono calcolate mediante i punti di impatto ambientale (PIA)[2], quale unità di misura.

Gli ecobilanci consentono la valutazione complessiva degli impatti ambientali e il confronto dal punto di vista ecologico sia di prodotti, sia di processi produttivi e aziende. Servono anche come base per l'analisi dei punti deboli, per l'ottimizzazione di processi e aziende, nonché per decisioni di fornitura e investimento.

Un ecobilancio si articola in quattro fasi:

a) Determinazione dell'oggetto dell'esame: che cosa esattamente deve essere esaminato e confrontato? I sistemi da sottoporre a confronto sono di pari utilità? Quale obiettivo intendono raggiungere?

b) Determinazione dei flussi di sostanze e di energia: quali effetti esercita il prodotto esaminato sull'ambiente in ogni tappa del suo ciclo di vita? Quante e quali sostanze sono immesse nell'ambiente, quali materie prime sono consumate?

c) Individuazione degli effetti sull'ambiente: quale impatto sull'ambiente hanno le singole sostanze emesse? Alcune sostanze possono avere, ad esempio, un effetto tossico sui pesci, altre incidere sul clima e altre ancora provocare malattie polmonari. In questo modo gli esperti possono dire quali sono gli effetti complessivi di un prodotto.

d) Ponderazione dei diversi effetti: i punti di impatto ambientale (PIA)​​ sono una delle varie possibilità a nostra disposizione per ponderare i diversi effetti sull'ambiente. Il totale dei punti di un prodotto può essere confrontato con quello di altri prodotti. Meno PIA ha un prodotto, più contenuto sarà il suo impatto sull'ambiente.


Esempio di punti di impatto ambientale

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In questo esempio possiamo notare che la Soda Club una volta acquistata la prima bottiglietta non ha trasporto e rifiuti, mentre in quella di vetro l'acqua è stata trasportata e la bottiglia va riciclata, stesso discorso per il PET con l'aggravante che per la bottiglia si è dovuto usare del petrolio.



Acquisti ecocompatibili - Consigli

  1. La produzione agricola è la base naturale della nostra vita, ma ha ripercussioni sull'ambiente. I prodotti alimentari sono, perciò, qualcosa di prezioso e non devono essere gettati con noncuranza. Conclusione: acquistare quantità ragionevoli di prodotti alimentari e non sprecarli gettandoli.
  2. In inverno il riscaldamento delle serre consuma molta energia. Conclusione: comperare solo frutta e verdura di stagione che, oltretutto, è anche più saporita.
  3. I trasporti sono tra le principali fonti di inquinamento, soprattutto quelli aerei. Conclusione: dare la preferenza ai prodotti della propria regione, andare a fare la spesa a piedi, in bicicletta/monopattino o tram/bus e andare in vacanza preferibilmente con il treno.
  4. La carne è un nutrimento prezioso, ma la sua produzione ha un impatto sull'ambiente molto superiore a quello dei prodotti vegetali. Conclusione: consumare carne con moderazione; dato che oggi di solito si mangia troppa carne, se ne può talvolta fare a meno a vantaggio dell'ambiente.
  5. Il peso del materiale di imballaggio è spesso determinante per l'inquinamento. Conclusione: dare la preferenza a imballaggi leggeri; attenzione agli imballaggi fatti con materie prime rinnovabili provenienti dall'agricoltura intensiva: non sono necessariamente ecologici solo perché biodegradabili.
  6. Di solito, gli imballaggi riutilizzabili sono più compatibili con l'ambiente di quelli non riutilizzabili. Conclusione: dare la preferenza a bicchieri e bottiglie riutilizzabili; evitare l'uso di prodotti con lunghi percorsi di trasporto.
  7. Prodotti per l'igiene e detersivi solidi sono più ecocompatibili di quelli liquidi perché la loro conservazione richiede meno imballaggi. Conclusione: dare la preferenza a saponi e detersivi solidi.
  8. Più un prodotto è trasformato, più si ripercuote sull'ambiente, anche se non sempre. Alcune fasi della trasformazione sono superflue. Conclusione: dare la preferenza ai prodotti freschi stagionali e provenienti dalla regione, che contengono più vitamine e che, di solito, hanno più sapore di quelli conservati.
  9. Acqua: per la salute, l'impatto ambientale e il costo niente supera l'acqua che costa fino a 1000 volte in meno al litro, ha un impatto molto limitato ed è neutra per il corpo. Le bevande gasate e zuccherate sono molto caloriche. Conclusione: preferire l'acqua dal rubinetto quando possibile. Non tutti hanno la fortuna di avere un'acqua potabile buona e sicura come la nostra, basti pensare alla vicina pianura padana dove in certi comuni è abbondantemente clorata.



Altri piccoli consigli per lasciare una minore impronta

Cibo

  • P​esci: per la loro salvaguardia assicurarsi che abbia il marchio MSC, evitare quelli piatti (rombo) perché pescati in modo invasivo;
  • Carne: quella rossa ha un impatto ambientale elevato, meno quella bianca e in ogni caso priviligiare quella svizzera e biologica (a questo per un dibattito oggettivo consiglio la trasmissione RSI Falò del 21 gennaio 2021) ;
  • Cibi già pronti: l'industria razionalizza le risorse, possono avere un impatto minore di un piatto fresco, ma attenzione agli ingredienti nascosti che possono abbondare (sale, grassi, additivi…);
  • The e caffe: privilegiare quello equo;
  • Spesa: evitare i sacchetti di plastica, portare una borsa multiuso;
  • Imballaggio: scegliere prodotti con imballaggi minimi: uno studio francese dimostra che ci vogliono due carrelli per contenere i rifiuti di un carrello


Carta

  • Utilizzare carta reciclata con marchio FSC;
  • Meglio leggere online che stampare;


​Abbigliamento

  • Cotone: morbido sulla pelle ma non necessariamente sul pianteta in quanto si usa molto acqua e pesticidi, affidarsi al marchio Oeko tex 100. I vestiti a buon mercato spesso non danno la stessa durata e prodotti in condizioni di lavoro pessime;


Elettrodomestici e luce

  • Scegliere elettrodomestici a risparmio energetico;
  • Lavare a temperature basse che permette di risparmiare energia;
  • Luce: quando si esce da un locale per più di tre minuti vale la pena spegnere la luce. Le lampadine a risparmio energetico nonostante abbiano un costo iniziale più elevato viene comunque ammortizzato considerando che consumano fino a 5 volte elettricità in meno e durano 8-10 volte più a lungo;

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Alcuni marchi utili pe​r gli acquisti [3]

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Grasso, Zucchero, Sale e Olio di palma [4]

Nutrirsi risponde a un bisogno vitale da quando esiste l'uomo. Con la rivoluzione industriale abbiamo a disposizione sempre più risorse in termini di quantità e varietà. La produzione di cibo è passata sempre più da un sistema agricolo a uno industriale e intensivo. Bisognava rispondere anche alla necessità di avere prodotti più duraturi senza perdere la loro consistenza, gustosi e un occhio di riguardo ai costi. Per quel che concerne il gusto la chimica è entrata sempre più prepotentemente nei processi produttivi. Gli studi sul comportamento umano in termini di gusto e la sua percezione sono avanzati parallelamente. I tre elementi fondamenti impiegati nell'industria sono la Santa Trinità del GZS, ossia Grassi, Zuccheri e Sale. Per conferire quel gusto dei prodotti bisogna bilanciare questi tre elementi e quando ne aumentiamo o riduciamo la quantità di uno dobbiamo compensare con gli altri due. Sin dagli anni '70 numerosi scienziati si sono chiesti come funzioni la percezione del grasso, visto che non ha un gusto particolare. Fatto sta che le conclusioni dicono che quando si mangia grasso si accendono le stesse aree del cervello di quando si mangia zucchero. Comunque l'evidenza empirica dei prodotti confezionati dimostra che laddove c'è ne uno c'è anche l'altro. È però ormai noto come un surplus di grasso sia collegato a numerose malattie cardiovascolari e un'assunzione eccessiva porta a un aumento di peso, maggiore rispetto agli zuccheri come apparso nella prestigiosa rivista Cell Metabolism. Per questo hanno successo i prodotti light, dove però si nota che è più alta la quantità di zuccheri! Il grasso, con il suo fascino discreto porta stabilità, morbidezza, croccantezza e durabilità dei prodotti MA costa. Per cui a partire dagli anni '90 l'industria si è sempre più rivolta verso l'impiego dell'olio da palma.



L'olio di palma viene trasformato dal frutto della palma da olio, e ci sono tre varietà comuni di palma coltivate in tutto il mondo, tra cui la palma di maripa, la palma da olio americana e la palma da olio africana. L'olio di palma nel suo stato naturale ha un colore rossastro a causa dell'alto contenuto di beta-carotene. C'è una grande differenza tra l'olio di palmisti e il tipico olio di palma. L'olio di palmisti deriva dal kernel dello stesso frutto e la differenza sta nel colore in cui l'olio del kernel manca dei carotenoidi e non è quindi rossastro. La palma da olio ha una resa media di 3,47 tonnellate per ettaro: 5 volte più della colza (0,65 t/ettaro), 6 volte di più del girasole (0,58 t/ettaro), addirittura 9 volte più della soia (0,37 t/ettaro) e 11 (0,32 t/ettaro) rispetto all’olio di oliva. Questo significa che oggi la palma da olio si “accontenta” di 17 milioni di ettari di terreno per fornire il 35% del fabbisogno mondiale di olio vegetale. Rispetto al 27% di quello di soia, il 14% della colza, il 10% di girasole e l'1% di quello di oliva.
Attualmente le produzioni nel mondo sono le seguenti:

​Paese​
​Prod​uzione in mil. tonn.[5]

Indonesia​
​36,6
​Malesia
​98,4
​Tailandia
15,4​
​Nigeria
7,8​
Colombia
​5,8
Mondo​
272,05


​I principali paesi produttori di olio di palma [6]




Come detto dal 1990 la crescita è stata fortissima, in quanto in quell'anno la produzione era solo di 60 milioni di tonnellate.

Un flagello per la natura e, sostengono in molti, non faccia bene alla nostra salute. Questo perché ha un'alta concentrazione di grassi saturi, circa il 56%. Molto di più rispetto agli altri come la colza, mais o girasole. Molto più del burro. Gli scienziati dell'Università di Bari hanno scoperto che l’acido palmitico, uno degli acidi grassi saturi più comuni negli animali e nelle piante, ha effetti negativi sul nostro organismo. Dunque basta guardare le tabelle nutrizionali per farsi un’idea: l’olio di palma contiene 43.5 g di acido palmitico, il burro circa la metà, l’olio d’oliva circa un quarto. Utilizzare l’olio di palma permette di evitare l’idrogenazione dei grassi e quindi i grassi trans che sono i peggiori nemici della salute, ciò non toglie che presenta altri problemi.


È difficile sapere quanti grassi saturi vengano consumati nel nostro paese. Per la Svizzera non ho trovato dati ufficiali, mentre per l'Italia gli ultimi risalgono al 2005-06 da un'indagine dell'Istituto Superiore di Sanità, ossia un'altra era e quando ancora non si parlava così tanto di sostenibilità. Questi dati ci dicono comunque che un adulto ottiene l'11,6% delle sue calorie dagli acidi grassi saturi. Poco al di sopra della soglia che dovrebbe essere del 10%. Il problema è che i bambini consumano circa la stessa quantità (tra i 24 e i 27 grammi) e tra i quali l'incidenza dell'olio di palma e quasi il doppio tra gli adulti (2,5 e 4,7 grammi) e lo stesso per i bambini (4,4 grammi contro 7,7). Infatti tra i giovani si registra un aumento del consumo di dolci.

Secondo, ma non meno importante, il disboscamento e la perdita di biodiversità. Il disboscamento della foresta tropicale. La Malesia ha fatto molto per controllare la produzione del proprio olio di palma, l’Indonesia molto meno. Però alcune certificazioni possono dare buone garanzie sulla produzione sostenibile: la RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil), nata nel 2004, e soprattutto le più restrittive certificazioni POIG (Palm Oil Innovation Group), lanciate nel 2013 con l’appoggio di diverse organizzazioni non governative tra cui Greenpeace e WWF. Resta il fatto che nonostante un maggiore approccio di sostenibilità il danno naturale è già stato fatto.​


Da qualche anno a questa parte, molte industrie alimentari hanno quindi deciso di bandire l'olio di palma sostituendolo con altri. Quanto sia una mossa davvero legata ai motivi sopra elencati o più una questione di immagine questo non è dato a sapere. Fatto sta che nell'opinione pubblica ha avuto un effetto positivo in quanto l'olio di palma è stato pubblicamente vituperato.


​I prodotti a KM 0


Perché è davvero così importante mangiare locale e stagionale possibilmente? Come già detto in precedenza si tratta di un'alimentazione che ha un minore impatto ambientale. La controprova si è avuta con la realizzazione del documentario di Andrea Ernst, Manger autrement - L'expérimentation. Clicca per vedere il video, disponibile solo in francese.

Se tutti mangiassero come noi in Europa, sarebbe necessario un secondo pianeta. L'Università di Risorse Naturali e Scienze della Vita di Vienna ha quindi avviato un esperimento scientifico per dimostrare, in dimensioni e in tempo reale, la dimensione spaziale delle nostre abitudini alimentari. A Grossenzersdorf in Austria, su un terreno di 4.400 metri quadrati, i ricercatori si sono proposti di coltivare tutto ciò che mangia un europeo medio: cereali, ortaggi e frutta da un lato, e dall'altro foraggi destinati al bestiame​. È diventato subito chiaro che le colture foraggere e i prodotti importati occupavano il doppio della superficie rispetto alle piante e ai prodotti locali. L'esperienza ha dimostrato che occupiamo un'area doppia rispetto a quella che abbiamo a disposizione e che il nostro cibo emette tanti gas serra quanto le automobili. Come mangiare diversamente? Tre famiglie hanno quindi cercato di ridurre la propria quota di superficie coltivabile adottando un'alimentazione più responsabile, meno ricca di carne e allineata alla produzione locale e stagionale.

In effetti il consumo di carne ha un impatto molto elevato in termini di emissioni di CO2. A seconda del tipo consumarne 1kg equivale a percorrere dai 150 ai 250km con un'auto. A questo proposito il link della trasmissione di Falò, che mostra, dati alla mano,​ quanto abbia un impatto negativo la produzione e il consumo di carne.


[1] Fonte: la Spesa con il Carrello Intelligente, Ufficio Federale dell'Ambiente, 2009 ; rielaborazione personale

[2] Fonte: ​Umweltfolgen des Nahrungsmittelkonsums: Beurteilung von Produktmerkmalen auf Grundlage einer modularen Ökobilanz. Niels Jungbluth. Zurigo: Eidgenössische Technische Hochschule, Diss.​ Nr. 13499​, Indici elaborati dall'azienda Carbotech AG, Basilea

[3] Fonte: ​Guida ai consumi responsabili, Stato del Cantone Ticino ed. 2006

[4] Fonte: Sabrina Giannini, La rivoluzione nel piatto, Sperling e Kupfer, 2019​

[5] Fonte: Statistiche FAO

[6] Fonte: Organizzazione Olio da palma